La difesa fitosanitaria dell’olivo è stata effettuata per decenni ricorrendo sistematicamente ai trattamenti chimici, in particolar modo nei confronti dei fitofagi. Tra questi, la mosca delle olive ha rappresentato il parassita più pericoloso e dannoso, perciò verso di esso sono stati impiegati i mezzi di lotta più efficaci in forma costante per tutti gli anni, anche con più interventi nello stesso anno. Anche contro i principali patogeni (occhio di pavone,lebbra,cercosporiosi ecc.) sono stati ampiamente utilizzati prodotti chimici tendenti al loro contenimento. Questa strategia di ricorso sistematico all’impiego di fitofarmaci chimici, però, ha provocato nel tempo un forte impatto sulla entomocenosi dell’ecosistema oliveto, alterando gli equilibri biologici e numerici tra parassiti ed organismi utili. Tale deterioramento ambientale è stata la causa di nuove e notevoli pullulazioni dei parassiti dell’olivo, sia per quelli già ben noti (mosca,tignola,cocciniglia) che per altre specie finora non dannosi (rodilegno ed altri) che hanno provocato non pochi problemi per limitarne i danni.
Una nuova cultura, basata sulla sostenibilità dell’agricoltura, favorita anche dal successo che hanno fatto registrare nuove forme di coltivazione dell’olivo improntate ad un maggior rispetto ambientale ed ad una maggiore pulizia del prodotto( colt. integrata e biologica) che si sono enormemente diffuse, ha permesso nel nostro Paese l’istaurarsi di una nuova mentalità, puntando maggiormente sui mezzi di lotta alternativi a quelli chimici finora largamente impiegati.

I PRINCIPALI PARRASSITI DELL’OLIVO

Tra le specie polifaghe che trovano valida ospitalità su olivo, le più importanti sono la cosmopolita cocciniglia Saissetia oleae e, da tempo più recente, il lepidottero Zeuzera pyrina. Tra le specie oligofaghe, si segnala la ben nota “tignola” (Prays oleae), la “margaronia” (Palpita unionalis) e, soprattutto nei vecchi impianti dove non vengono attuate razionali potature, il “fleotribo” (Phloeotribus scarabaeoides). I fitofagi strettamente legati all’olivo (monofagi) non rappresentano normalmente, per effetto di efficaci fattori abiotici e biotici di contenimento, un problema fitosanitario; fa ovviamente eccezione alla regola la “mosca delle olive” (Bactrocera=Dacus oleae), che rappresenta il fitofago–chiave dell’ecosistema oliveto.
In questa sede incentreremo la nostra attenzione sui principali metodi di contenimento relativi ai tre più importanti parassiti animali dell’olivo: la mosca, la tignola e la cocciniglia nera. Per ciascuna di queste entità entomatiche, perciò, valuteremo le possibilità circa il loro contenimento di popolazione e di danno con l’impiego dei mezzi ecocompatibili attualmente disponibili.
La scelta di ciascuna delle tecniche di lotta sarà fatta dall’olivicoltore in relazione al tipo di area olivicola (protetta o meno), tipo di produzione (olio biologico, di massa), soglia economica di danno.

Bactrocera(=Dacus) oleae (Gmel.)

La “mosca delle olive” rappresenta sicuramente il fitofago più pericoloso e dannoso tra tutti i parassiti dell’olivo. Esso è presente in tutti gli areali olivicoli del nostro Paese ed il numero delle sue generazioni annuali varia in relazione ai fattori climatici ed alla presenza di drupe sulla pianta.
I danni che B. oleae produce, mediante i suoi stadi preimmaginali, sono notevoli sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo. Una lotta razionale richiede, per aree omogenee, la acquisizione dei seguenti parametri: andamento della temperatura e dell’umidità, monitoraggio dei voli degli adulti per mezzo di specifiche trappole (cromotropiche o sessuali), andamento della popolazione preimmaginale mediante campionamento ed esame di un congruo numero di drupe (200) onde poter seguire l’andamento dell’infestazione, rilievo sull’entità della cascola e curva dell’inoliazione. Tanto consentirà una stima,la più attendibile possibile, della presenza in campo dell’insetto carpofago e dei danni che esso può produrre in relazione agli eventi agronomici (quantità di prodotto presente, epoca ottimale di raccolta, ecc.).Con l’acquisizione di tali elementi è possibile formulare modelli previsionali di infestazione e quindi programmare gli interventi antidacici, con l’obiettivo di utilizzare con buoni risultati metodi eco-compatibili in grado di assicurare la quantità massima di olio raccoglibile con le migliori caratteristiche qualitative.

Prays oleae (Bern)

La “tignola” è un piccolo lepidottero che attacca l’olivo in varie fasi dell’anno con tre generazioni che colpiscono i fiori (antofaga), i frutti (carpofaga) e le foglie (fillofaga). La generazione carpofaga è particolarmente temuta perché causa di cascola anticipata dei frutti, perciò gli olivicoltori (spesso istintivamente) ricorrono a trattamenti chimici senza il necessario supporto delle conoscenze bio-ambientali. In tali circostanze i trattamenti, soprattutto rivolti alla generazione carpofaga, producono indesiderabili impatti ambientali ed inquinamento tossicologico delle olive, lasciando seri dubbi circa la reale necessità dell’intervento.
Quindi, al pari di quanto affermato per Bactrocera oleae, bisogna operare nell’agroecosistema con congrua conoscenza di tutti gli elementi (climatici e bioetologici) onde elaborare moderne strategie di lotta. Nello specifico caso della “tignola”, inoltre, occorre considerare la fragilità di modelli previsionali d'infestazione per la difficile correlazione tra l’andamento della popolazione adulta e la reale entità del danno. Infatti malgrado spesso si raggiungono notevoli presenze del lepidottero (riscontrate nelle trappole a feromoni), raramente si raggiungono altrettanti livelli di infestazione reale. Tanto è dovuto a vari fattori, compresa una folta schiera di nemici naturali normalmente presenti nell’oliveto. Alla luce di queste considerazioni, appare chiaro come la lotta biologica conservativa assuma un ruolo di particolare importanza nella lotta al fitofago, che può essere utilmente coadiuvata da un aumento della biodiversità vegetale (inerbimento, siepi ed altro).
La lotta microbiologica, da effettuarsi mediante impiego di Bacillus thuringiensis, può trovare efficace applicazione soprattutto contro le larve della generazione antofaga. Ciò permette un abbassamento del livello di popolazione con positivi riflessi sulla successiva pericolosa generazione carpofaga.
Per quanto attiene il possibile uso di biocidi naturali (come il piretro) è da considerare che, oltre ai costi elevati ed alle scarse conoscenze circa il loro impatto sulla biocenosi dell’oliveto, essi non hanno ancora fornito risultati particolarmente soddisfacenti.

Saissetia oleae (Oliv.)

E’ una cocciniglia estremamente polifaga. Ai danni diretti, consistenti nella sottrazione di linfa, si sommano quelli indiretti dovuti alle deiezioni zuccherine che imbrattano gli organi vegetali delle piante e che costituiscono il substrato ottimale per lo sviluppo di funghi (fumaggine).
In questi ultimi anni, in generale, in Italia le popolazioni di questa cocciniglia non destano preoccupazioni come in passato.
Come è noto la specie compie una sola generazione annuale, con svernamento agli stadi di neanide.
La cocciniglia mezzo grano di pepe ha numerosi nemici naturali, fra i quali particolare importanza rivestono gli imenotteri calcidoidei Scutellista cyanea e Moranila californica, le cui femmine depongono le uova sotto il corpo della cocciniglia. Altri importanti calcidoidei parassitoidi appartengono al genere Metaphicus. Pertanto per la lotta al coccide, sintetizzata nella tab.5, occorre fare riferimento in primo luogo alla lotta biologica conservativa, che può essere utilmente coadiuvata da interventi di tipo agronomico. A questo proposito si ricorda come frequenti e razionali potature possano ridurre le condizioni microclimatiche favorevoli al parassita e che, anche in questo caso, un aumento della diversità vegetale favorisce lo sviluppo del ciclo biologico della citata entomofauna utile.

LE MALATTIE DELL’OLIVO

L’olivo, contrariamente a molte altre specie legnose, mostra una situazione fitopatologica relativamente semplice. Infatti, fra i patogeni una sola specie batterica ( P.savastanoi) e 4 funghi (S. oleagina, V. dahliae, C. gloeosporioides, M. cladosporioides) possono assumere incidenze e diffusione tali da compromettere l’assetto vegetativo, la produzione o la stessa vitalità della pianta. Si segnalano, inoltre, altre malattie (marciume radicale, carie e fumaggine) dovute all’azione multipla di più agenti fungini appartenenti a Generi diversi. Per quanto riguarda i virus, invece, solo SLRV può produrre, forse, qualche danno.
In quanto alle singole patologie, notevole importanza riveste l’epidemiologia per gli stretti legami esistenti tra la biologia del patogeno e le condizioni ambientali in cui vive l’ospite, oltre naturalmente ai rapporti ospite/parassita. La sua conoscenza offre buone probabilità di previsione della malattia e quindi anche di intervenire efficacemente per il suo controllo.
In questa sede tratteremo sinteticamente solo la più importante fitopatologie dell’olivo.

Spilocaea oleagina (Cast.) Hugh.

Tra le patologie ad eziologia fungina, l’”occhio di pavone” o “vaiolo” è la più nota e diffusa dell’olivo. Il patogeno infetta per mezzo dei conidi germinanti prevalentemente le foglie, ma anche altri organi assili, formando colonie localizzate nello strato cutinizzato delle pareti delle cellule epidermiche. Dalla penetrazione all’espressione sintomatologica intercorre una latenza variabile, in ragione delle diverse situazioni ambientali, da due settimane a qualche mese. Negli areali olivicoli mediterranei situazioni epidemiologiche favorevoli sono frequenti in primavera ed in autunno, quando con la comparsa dei sintomi (caratteristiche tacche sulle foglie) le foglie si distaccano precocemente. La filloptosi è la manifestazione più eclatante della malattia, a cui conseguono gravi squilibri ormonali e nutrizionali che interferiscono con l’antogenesi, provocando gravi deficit produttivi. I propaguli del fungo vengono normalmente trasportati dal vento inglobati in goccioline d’acqua, ma anche semplicemente dal vento, oppure disseminati da insetti (Ectopsocus briggsi). Le possibilità di infezioni del patogeno, la sua diffusione e la recettività dell’ospite sono influenzate dalle condizioni termo-igrometriche e dallo stato colturale dell’oliveto.
Negli areali ove la coltura si presenta in espansione sarà necessario, assieme all’analisi delle situazioni ambientali, una attenta disamina circa le cultivar da utilizzare. In una serie di ricerche effettuate dall’ISO in Calabria e Sicilia, ad esempio, sono emerse interessanti indicazioni circa alcune cultivar meno suscettibili (“Bhardi i Tirana”, “Carboncella P.”, “Cassanese”, “Dritta di Moscufo”, “Gentile di Chieti”, “Kalinjot”, “Kokermadh i Berat”, “Leccino” e “Cipressino”) dove l’infezione manifesta rilevata in tre anni di osservazione è risultata praticamente nulla.
La lotta diretta a questo patogeno è possibile effettuarla con prodotti rameici, sempre abbastanza efficaci se applicati tempestivamente, specialmente nelle nuove formulazioni micronizzate.
Prima di procedere al trattamento è necessaria effettuare la diagnosi preventiva per valutare la diffusione e sviluppo del fungo tramite la valutazione statistica del numero di foglie attaccate; l’analisi si effettua su un campione di 100 foglie raccolte a caso in 1 (uno) ettaro di superficie ulivetata che viene immerso in soluzione tiepida di soda caustica al 5%, il trattamento si effettua se la percentuale di foglie attaccate del campione supera il 25-30%.

Per indicazioni più dettagliate circa i trattamenti mensili e la gestione ambientale dell'uliveto rimandiamo la lettura alla sezione apposita presente sul sito.